E se guardassimo alla mobilità pensando a come vogliamo vivere domani? Di A.Ri.Bi. – Associazione per il Rilancio della Bicicletta
E se guardassimo alla mobilità non soltanto pensando a come spostarci oggi, ma a come vogliamo vivere…
E se guardassimo alla mobilità non soltanto pensando a come spostarci oggi, ma a come vogliamo vivere domani?Una recente ricerca dell’Università di Tsukuba, in Giappone, offre uno spunto che va ben oltre il semplice “andare in bicicletta fa bene”. Lo studio ha seguito per dieci anni quasi 6.400 persone anziane e ha rilevato che chi utilizzava regolarmente la bicicletta mostrava un minor rischio di necessità di assistenza a lungo termine e di mortalità. Questi dati ci parlano di longevità in salute, autonomia, prevenzione e qualità della vita. Ed è esattamente qui che, come A.Ri.Bi., sentiamo il dovere di riportare questa riflessione dentro la nostra città. Bergamo ha appena realizzato una nuova e importante infrastruttura: l’e-BRT. Un’opera da 84 milioni di euro, finanziata dal PNRR e progettata per collegare Bergamo, Dalmine e Verdellino con un sistema rapido di autobus elettrici . Tra gli obiettivi del progetto c’è anche l’integrazione con la mobilità dolce e i servizi dell’ultimo miglio. Ma è proprio qui che sorge la nostra domanda: quell’integrazione è realmente avvenuta? Perché una grande infrastruttura di trasporto pubblico non dovrebbe imporsi sulle altre modalità di spostamento, ma dialogare con esse. Non dovrebbe diventare “la” risposta, ma una delle risposte di un sistema in cui ferrovia, autobus, tram, pedonalità e bicicletta possano convivere e rafforzarsi a vicenda. Oggi A.Ri.Bi. osserva con preoccupazione alcuni effetti della nuova configurazione viabilistica, in particolare la riduzione o la maggiore difficoltà di alcuni collegamenti ciclabili lungo direttrici strategiche. Non si tratta di essere contro il trasporto pubblico. Esattamente il contrario. Si tratta di chiedere che trasporto pubblico e mobilità attiva vengano finalmente considerati parti dello stesso progetto di città. Perché mentre discutiamo di traffico, corsie e tempi di percorrenza, la scienza ci ricorda che stiamo vivendo in un’epoca di popolazioni sempre più longeve, che avranno bisogno di rimanere autonome e in salute il più a lungo possibile. E allora la bicicletta cambia significato. Non è più soltanto il mezzo di chi sceglie di non prendere l’auto. Non è un elemento accessorio. Non è uno spazio residuale. Diventa uno strumento di politica sanitaria, sociale e urbana. Se sappiamo che mantenere le persone fisicamente attive aiuta a conservare più a lungo la propria autonomia, allora dobbiamo progettare città nelle quali una persona possa continuare a pedalare anche a 60, 70 o 80 anni. E per farlo non basta possedere una bicicletta. Bisogna potersi sentire sicuri nell’utilizzarla. Nessuna persona anziana sceglierà la bicicletta se per raggiungere il supermercato, il medico o un luogo di socialità dovrà affrontare tratti pericolosi, attraversamenti complessi o continue interferenze con il traffico. Ed è qui che una ricerca condotta a migliaia di chilometri da Bergamo diventa straordinariamente vicina a noi. Perché ci obbliga a chiederci: La città che stiamo costruendo oggi permetterà alle persone di continuare a pedalare anche quando saranno anziane? Per A.Ri.Bi. questa dovrebbe essere una delle domande centrali di ogni futura scelta di mobilità. La longevità non si governa soltanto costruendo servizi per assistere le persone quando perderanno la propria autonomia. Si governa anche costruendo oggi le condizioni perché quell’autonomia possa durare il più a lungo possibile. Per questo continuiamo a chiedere che la bicicletta non venga considerata ciò che resta dopo avere sistemato tutto il resto. La bicicletta deve entrare nella progettazione dall’inizio, accanto al trasporto pubblico, alla mobilità pedonale e alle grandi infrastrutture. Perché una città moderna non è quella che sceglie un mezzo contro un altro. È quella che permette a ciascuno di scegliere il mezzo più adatto, mettendo le diverse forme di mobilità nelle condizioni di convivere realmente. E forse la vera domanda da porci, guardando alla Bergamo dei prossimi vent’anni, non è soltanto quanto velocemente riusciremo ad attraversarla. È come vorremo viverci, e con quale grado di autonomia, quando saremo tutti un po’ più anziani.
