Città 30: quando la burocrazia inciampa sulla vita
L’annullamento del provvedimento sui 30 km/h da parte del TAR dell’Emilia-Romagna è, per chi vive la strada…
L’annullamento del provvedimento sui 30 km/h da parte del TAR dell’Emilia-Romagna è, per chi vive la strada ogni giorno, uno schiaffo alla realtà.
Non una bocciatura dei risultati – che restano lì, evidenti, misurabili – ma un inciampo burocratico che rischia di diventare un arretramento culturale gravissimo.
Il sindaco del Comune di Bologna, Matteo Lepore, lo ha detto con chiarezza: la sentenza non smonta la sostanza, non nega l’efficacia, non contesta i benefici. E allora perché questo stop pesa come una resa? Perché quando si parla di sicurezza stradale ogni passo indietro ha un costo umano.
Non chiamatelo limite: è una linea di protezione
La Città 30 non è un divieto ideologico, non è una bandiera da sventolare.
È una soglia di sopravvivenza.
È la differenza tra tornare a casa o non farlo.
Nei centri abitati, nelle città dense di vita, pensare che sia “normale” andare oltre i 30 km/h è una forzatura. Le strade urbane non sono corridoi di scorrimento: sono spazi condivisi, attraversati da chi cammina, da chi pedala, da bambini e anziani, da persone fragili.
E sono quasi sempre loro a pagare il prezzo più alto.
Quindici anni di impegno, quindici anni di allarmi ignorati
Parlo da Claudia Ratti, presidente di A.Ri.Bi., con oltre 15 anni di responsabilità sulle spalle.
E parlo con sconcerto, sì, ma soprattutto con rabbia lucida.
Ogni giorno aprire i giornali è un atto di coraggio: ogni giorno una vittima della strada.
Non “incidenti”. Conseguenze prevedibili.
Questa è una guerra non dichiarata, una strage quotidiana che poteva essere calmierata – non eliminata, ma ridotta – con una misura semplice, già sperimentata, già efficace.
Il paradosso dei tassisti: dovrebbero essere i primi alleati
C’è poi un nodo che non possiamo più evitare.
Alcune voci contrarie arrivano anche dal mondo dei tassisti. E sia chiaro: non tutti. Ma è sotto gli occhi di tutti che proprio il servizio taxi è spesso oggetto di discussione per pratiche che i cittadini raccontano da anni:
percorsi allungati, tempi “dilatati”, attese inutili. Le testimonianze non mancano.
E allora la domanda è semplice: perché opporsi a strade più libere?
Perché osteggiare una città in cui meno auto significano più scorrevolezza, più rapidità reale, meno congestione?
👉 Più persone in bicicletta = meno auto in strada.
👉 Meno auto = strade più vuote e più veloci, anche a 30 km/h.
Chi vive di mobilità dovrebbe essere il primo a volere una città che funziona. Una città in cui muoversi non significa sgomitare nel traffico, ma scorrere senza attriti. La Città 30 non rallenta: scioglie i nodi.
La verità scomoda: la velocità uccide, la moderazione salva
Revocare la Città 30 non è un atto neutro.
È una scelta che manda un messaggio sbagliato: che la velocità viene prima della vita, che il rischio è accettabile, che i fragili possono aspettare.
Io non ci sto.
Non come presidente di A.Ri.Bi.
Non come cittadina.
Non come persona che ogni giorno teme l’ennesima notizia di sangue sull’asfalto.
Le città devono proteggere, non esporre.
Devono rallentare dove serve, per permettere a tutti di arrivare.
La Città 30 non divide: unisce attorno a un’idea semplice e potente—tornare a casa vivi.
Questo stop non è un punto. È una virgola.
E quella virgola deve aprire una riflessione più profonda, più coraggiosa, più umana.
Claudia Ratti
Presidente A.Ri.Bi. – Associazione per il Rilancio della Bicicletta
